La Filatura e Tessitura

Jacopo Linussio e le filatrici della Carnia (pittore anonimo, 1769)


Il dipinto è partito in modo da dare rilievo al personaggio Linussio con sullo sfondo la grandiosa fabbrica in costruzione e le innumerevoli filatrici; solidità gestionale (il braccio con il bastone che trattiene le balle) e senso civico-caritatevole (la moneta ostesa verso i poveri) danno il "carattere" con cui veniva ricordata la figura immortalata in un'opera eseguita post mortem, presumibilmente alla fine degli anni sessanta; una "memoria" voluta dai cugini suoi "agenti" in Paularo e Moggio che compaiono in relazione costante con il pittore del luogo Francesco Pellizzotti. L'imprenditore è sobriamente vestito, con abito grigio azzurro e "camisola" giallo oro; fuori da ogni metafora si celebra la fatica borghese del creare ricchezza e la sintesi di questo effetto: lavoro e virtù, un accattivante ritratto che mette in luce una realtà fatta non solo di interessi.
Memorabile era stata per i contemporanei la sua ascesa, consolidata dalla esenzione governativa sui dazi delle materie prime importate (lana e lini) e dai limiti minimi per i dazi in uscita dei prodotti.
Il servirsi poi del foro veneziano dei cinque Savi alla mercanzia lo riparava dalle farraginose realtà giurisdizionali della Terraferma che l'avrebbero costretto a un'emergenza giudiziaria costante. L'esportazione verso Napoli, Genova, Costantinopoli, Cadice e le "Americhe" garantivano alla ditta quell'immagine di solidità che aveva stupito uomini politici e operatori economici dell'epoca. Un'organizzazione e coordinamento di mezzi che pare specchiarsi nella tela celebrativa.
Ricordava lo Zanon: "[... ] eppure non ebbe egli altro fondamento per sì grande impresa forchè veder per una parte stabilita da epoca immemorabile l'arte del tessitore in codesta provincia, e per l'altra numero sì grande di filatrici che ha il Friuli, le quali per opera di lui si moltiplicarono e perfezionarono".
La grandiosa fabbrica che attirava visitatori e curiosi resta tutt'ora uno dei più antichi episodi di archeologia industriale (ora Caserma Cantore) assieme a Moggio e la Ca' Bianca a San Vito al Tagliamento, altre sedi dove organizzare quella "filiera" per la corretta preparazione dei vari passaggi lavorativi sino alla capillare commercializzazione di un prodotto concorrenziale ai manufatti prima importati dal Nord Europa.
Il dipinto con la Crocifissione dietro la quinta pare alludere alla sua devozione ma anche alle ricche dotazioni che fornì alle Chiese alla morte e in vita; ne è esempio il complesso nucleo di tele commissionate al pittore Nicola Grassi, ben diciassette dipinti, raffiguranti apostoli e santi che portano il nome sottostante scandito dal monogramma "marchio di fabbrica" depositato: due "G" e due "L" affrontate; una committenza che vedrà nella Carnia del Settecento una sempre più puntuale adesione all'arte della capitale. La "Dominante" con sempre più attenzione guardava allo sviluppo protoindustriale della fascia prealpina grazie anche a Nicolò Tron (1685-1772) che diresse in fondo negli anni quaranta e cinquanta la sua politica economica e finanziaria dello Stato, e che nel 1718 aveva fondato il lanificio di Schio; convinto fautore di una politica mercantilistica consistente nell'estromettere i prodotti stranieri dal mercato veneto tramite le fabbriche di Terraferma in una situazione già pesante per la città che assisteva alle perdite di mercato delle sue industrie tradizionali.
Gli agenti che guardano "ai conti" della ditta chiariscono come, alla sua morte precoce, i fratelli tutori del figlio avevano come coordinatori alla gestione, in veste di commissari, delle figure che sapranno far procedere l'azienda con diversificazioni produttive: dalle tele "indiane", alle "viadane" per le velature delle flotte nel Mediterraneo e nelle lagune.

Con il crollo dello Stato Veneto venne meno il sistema che aveva garantito la straordinaria ascesa della ditta. Gli Austriaci avrebbero favorito la "primigenia" Trieste e i Francesi poi con la guerra marittima europea desolarono l'economia e lo scalo veneziano punto di riferimento per l'industria carnica che di lì a poco tracollerà. Resta la memoria che da figure come questa ha preso le mosse il nostro sviluppo moderno, ed è su questi storici presupposti che noi siamo costruiti.

Jacopo Linussio e le sue filatrici, Tolmezzo, Fondazione Museo Carnico delle Arti e Tradizioni Popolari "Luigi e Michele Gortani"

Marchio di Jacopo Linussio

Quadro dello stato della Fabbrica di Tellerie Linussio nell’anno 1770

Salone


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